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ASCCCA, la politica che si muove e i poteri che restano: il vero nodo è la regia silenziosa
Le dimissioni, le uscite dai partiti, i cambi di casacca fanno notizia. Ma nella vicenda ASCCCA il punto non è solo chi esce. Il punto vero è capire chi resta, chi continua ad avere un ruolo, chi garantisce la continuità delle scelte anche quando la politica ufficiale cambia faccia.

L’uscita di Del Vecchio da Forza Italia è un segnale politico chiaro. Non è un fatto neutro, non è un dettaglio personale. È l’indicatore di una fase di rimescolamento, di una ridefinizione degli equilibri. Ma mentre qualcuno si espone, prende posizione, si muove pubblicamente, c’è chi continua a muoversi in silenzio. Ed è proprio lì che si annida la vera questione. C’è poi un passaggio che va chiarito, perché è politicamente decisivo. L’Assessore alle politiche sociali Del Vecchio ha indicato la “proiezione operativa di ASCA” come uno dei punti centrali da realizzare prima della fine del mandato di maggio. Un obiettivo legittimo, sulla carta. Ma andrebbe precisato che questa urgenza non può e non deve trasformarsi in un alibi per rendere l’ASCCCA immediatamente operativa, chiudendo gli occhi sulle falle strutturali che esistono.

Questo è il punto più delicato: l’operatività non può servire a salvare immagini politiche, carriere personali o posizionamenti futuri. Non può diventare una corsa contro il tempo per “mettere una bandierina” prima della fine del mandato. Perché l’ASCCCA non è solo un contenitore amministrativo. È un nodo strategico: incrocia politiche sociali, gestione dei servizi, sostenibilità economica, Piano di Zona. Chi influenza l’ASCCCA, influenza una parte decisiva della vita istituzionale del territorio. Ed è qui che il riflettore si deve spostare. Non solo sui protagonisti che si espongono, ma sulle figure che da anni attraversano i diversi assetti politici senza mai essere realmente chiamate in causa. Figure che hanno competenze, curriculum, esperienza istituzionale. Proprio per questo non possono essere considerate marginali.
Barbuti Antonio, presidente del consiglio comunale di Cava, rientra esattamente in questo profilo. Laurea in giurisprudenza, con esperienza nelle istituzioni, con ruoli e funzioni legate alle politiche sociali, con un legame strutturale con Vietri, di cui era dipendente, territorio che da sempre ha un peso centrale negli equilibri dell’Ambito: anche lui poco tempo fa è entrato in Forza Italia insieme all’assessore delle politiche sociali Del Vecchio. Una figura che non appare quasi mai in prima linea, ma che per competenza e posizione non può non avere avuto un ruolo nella costruzione delle scelte che oggi vengono contestate. Il punto non è accusare. Il punto è politico e istituzionale: chi ha competenze e presenza stabile non può essere estraneo agli esiti. Se il modello ASCCCA mostra crepe, se il Piano di sostenibilità non regge, se la governance è fragile, allora la responsabilità non può essere scaricata solo su chi si è esposto politicamente.
C’è poi un altro aspetto che da anni circola sottotraccia e che meriterebbe finalmente chiarezza: il Fondo Unico d’Ambito. Tutti i Comuni hanno realmente versato negli anni quanto dovuto al Comune di Cava de’ Tirreni, oppure esistono situazioni di mancato pagamento e quindi di crediti ancora aperti? È una domanda tutt’altro che marginale. Perché se esistono Comuni che non hanno versato integralmente le proprie quote, allora il quadro finanziario complessivo dell’Ambito è falsato. E qualsiasi ragionamento sulla sostenibilità di ASCCCA, sui bilanci, sulle proiezioni economiche future, parte già da una base fragile. Da tempo si rincorrono voci su presunti crediti vantati da alcuni Comuni nei confronti di Cava o, al contrario, su posizioni debitorie mai definitivamente regolarizzate. Ma su questo non c’è mai stata una ricostruzione pubblica, ufficiale, trasparente. Tutto resta avvolto in una zona grigia che alimenta dubbi e sospetti. Ed è proprio qui che il tema diventa politico: un’azienda come l’ASCCCA non può nascere e operare su conti che non sono stati prima definitivamente chiariti. Non si può parlare di nuova governance se prima non si chiudono i conti del passato. Non si può costruire una sostenibilità credibile se non si sa chi ha pagato, chi non ha pagato e chi vanta crediti. La trasparenza su questo punto è fondamentale, perché riguarda i soldi pubblici dei cittadini. E riguarda l’equità tra Comuni: nessuno può pagare per chi non ha pagato, nessuno può essere penalizzato da un sistema opaco.
Se davvero esistono situazioni irrisolte, esse vanno portate alla luce prima ancora di discutere di nomine, CDA, ritorni eccellenti o nuovi assetti politici.
C’è poi il capitolo Rome Nesi. Il possibile ritorno di una figura che rappresenta la stagione precedente del Piano di Zona e dei piani di sostenibilità che già allora mostravano limiti evidenti non può essere letto come una semplice rotazione tecnica. È il segnale di una continuità che preoccupa. Perché non si correggono gli errori riproponendo chi quegli errori li ha costruiti.

In tutto questo si parla anche di decadenza del CDA, di dimissioni, di una fase di vuoto istituzionale. Ed è proprio nei vuoti che le regie silenziose diventano più forti. Quando la politica è instabile, chi conosce i meccanismi amministrativi assume un potere ancora maggiore. E allora la domanda vera non è: Chi è uscito da un partito? Ma piuttosto: Chi sta aspettando il prossimo assetto politico per rafforzare la propria posizione dentro ASCA? Il rischio è evidente: che l’ASCCCA diventi non uno strumento al servizio dei Comuni, ma un terreno di riequilibrio politico, un luogo dove si preparano le future egemonie amministrative. Un’azienda pubblica non può funzionare come una sala d’attesa per nuovi assetti di potere.

Per questo Barbuti non è un nome qualsiasi. Non perché colpevole, ma perché centrale. Chi ha competenze, curriculum e continuità istituzionale non può essere considerato neutro. Il silenzio, in questi casi, non è marginalità. È potere. Ed è questo che oggi va messo a nudo: non la polemica personale, ma la struttura di un sistema che cambia facce politiche, ma mantiene intatta la propria regia tecnica.
L’ASCCCA ha bisogno di trasparenza, discontinuità vera e responsabilità chiare. Non di nuove operazioni di ricollocamento, né di ritorni dal passato. Perché quando la politica si muove, ma il potere resta sempre uguale, il problema non è chi cambia. È chi non cambia mai.